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Lorenzo Ardizio <lorenzoardizio@tiscali.it>

I Giornali Locali e le Pagine Locali delle Testate Nazionali

Come si considera l'informazione locale, le differenze dalle testate nazionali, il suo ruolo e le nostre aspettative.

Non posso ricordare il mio primo impatto con un giornale. Fin da piccolo giornali, libri, musica e automobili -- queste considerate da un punto di vista alquanto idealizzato e sognatore -- sono stati casa mia.

Le cose cambiano invece per quanto riguarda i giornali locali e le pagine di cronaca locale sulla Stampa, la testata che da sempre -- almeno per me -- passava dal divano al tavolo al davanzale al parquet di casa.

Il giorno della svolta avrò avuto sei o sette anni, non ne sono sicuro, ma ricordo benissimo le circostanze: prima lezione del catechismo in vista della Prima Comunione. La maestra si chiamava Pia, e già per me era una novità il nome così corto. Dopo la lezione stavo tornando in macchina da Villarboit (a San Marco eravamo troppo pochi per fare una classe da soli) e ho scoperto che la Pia era una collega di mia madre, una maestra e che -- punto chiave -- scriveva per Notizia Oggi, uno dei giornali di Vercelli.

Solo in quel momento ho scoperto l'esistenza dei giornali locali e non so perché subito sono diventati un punto centrale del mio pensiero. Forse non capivo la loro posizione: non potevo idealizzarli come per la Stampa -- che per me era una specie di concetto astratto, proprio perché la Pia lavorava lì. Dall'altro lato non potevo neanche farli miei, cioè considerarli -- in tutto e per tutto -- parte del mio mondo «concreto», proprio per il loro essere GIORNALI.

Il bisogno quasi morboso di appropriarmi della nuova categoria mi ha spinto verso una conoscenza sistematica e rassicurante dell'oggetto-giornale locale: ho subito chiesto ai miei genitori e ha mio fratello un elenco dei giornali di Vercelli. La Sesia, Notizia Oggi, La Grinta, L'Eusebiano. Non ne conoscevo le caratteristiche e alcuni non erano mai passati sotto i miei occhi, ma il solo sapere tutti i loro nomi li rendeva più concreti e «miei».

Per anni non sono esistiti i giornali locali al di fuori del loro nomi e del fatto che la Pia scrivesse su Notizia Oggi.

Poi di colpo, in seconda media, nell'aprile 1998, forse nel periodo più ambiguo e surreale che abbia mai vissuto, le pagine locali della Stampa sono apparse ancora prepotentemente nel mio «mondo piccolo». E ancora sono apparse indirettamente, senza che io abbia neanche intravisto una riga scritta.

Una brutta malattia, colpendo una zia -- molto più vicina alla mia famiglia di quanto non ci si immagini possa essere una zia -- ha stravolto i miei genitori, il mio ambiente e, per quanto inconsapevolmente, anche me stesso. Ed il tutto è culminato con la tragica scomparsa della zia. Tra l'altro di tutta la vicenda ho come cancellato la memoria vera e propria, conservando solo una serie di sensazioni ed emozioni così intense da risultare crude e fisiche ma incomprensibili razionalmente.

Uno dei pochi episodi che ricordo come tale è proprio l'incontro, cioè lo scontro con le pagine locali della Stampa. Infatti un giornalista aveva, in un articolo, descritto con -- troppi -- particolari la tragica fine di mia zia. Naturalmente, dall'esterno, niente più che cronaca nera, ma dall'interno erano parole insopportabili per i miei genitori sconvolti.

Con una telefonata al direttore mia madre aveva voluto chiedere spiegazioni, più che rimproverare: non sembrava possibile aver visto sulle pagine di giornali una descrizione così accurata ed in un certo senso offensiva.

«Signora, mi dispiace, ma anche noi abbiamo i nostri informatori». Queste le parole del direttore. Questa volta il «giornale» dal mondo astratto in cui io lo vedevo era sceso fino a toccare, ad invadere il mio mondo concreto, e non certo con la poesia che avrei potuto immaginare, ma nel modo più violento e sgradevole possibile.

Però da quel momento il giornale locale è sceso dal suo Olimpo ed è divenuto, in tutto e per tutto, parte del mio mondo, per quanto ancora in una posizione che non riuscivo bene a spiegare.

Le cose si sono molto chiarite con il secondo incontro diretto, questa volta molto meno traumatico.

Le scuole medie frequentate a Vercelli mi avevano permesso di uscire dal piccolo nido che erano i paesini della provincia frequentati fino ad allora. E a scuola avevo conosciuto molti amici, quasi tutti arruolati tra le fila di squadre di calcio e di pallacanestro e di pallavolo. Solo Davide, il mio compagno di banco, giocava a hockey nelle giovanili dell'Amatori Vercelli, la cui prima squadra stava vivendo uno dei periodi di massimo splendore.

Finché un giorno il suo appena accennato talento -- oggi è un giocatore della nazionale italiana -- lo ha portato sulle pagine di sport della Sesia, con tanto di foto.

Per la seconda volta -- ma per la prima ne ero pienamente consapevole -- il mio mondo piccolo era finito sul giornale. Attraverso un amico, che a tredici anni è parte integrante della sfera di concetti che si possono considerare «la mia vita», proprietà privata ed esclusiva.

A quel punto per me il giornale locale -- non certamente la testata nazionale -- era diventato una specie di premio, il riconoscimento ufficiale di un'impresa. Quindi nel mio immaginario era concreto dalla parte del lettore e del protagonista ma ancora astratto per la parte del giornalista: se consideravo quasi normale leggere il giornale e possibile il finirci sopra, i giornalisti erano ancora pienamente astratti ed inarrivabili.

Ma anche i giornalisti sono diventati concreti e ancora una volta lo sono diventati improvvisamente e -- un poco -- traumaticamente.

Tra le medie ed il liceo la lettura (passiva) del giornale era diventata una prassi, specialmente la cronaca locale, in cui speravo sempre di riconoscere qualche amico o conoscente e quindi in un certo senso «una parte di me stesso». Molto meno ero interessato, se non ogni tanto per curiosità, agli avvenimenti descritti.

Finché non scoprii che Andrea, un amico di un amico (cioè abbastanza vicino da essere considerato parte del mio mondo ma abbastanza lontano da non conoscerne le vicende) scriveva -- regolarmente -- lo sport su Notizia Oggi e prova inconfutabile ne era la firma in calce agli articoli, uno in particolare che mi era stato portato come prova, che trattava di una partita dei pulcini del «Canadà».

E' stato un duro colpo rendermi conto di non aver saputo capire, ingenuamente, il ruolo del giornalista. Forse le emozioni che provavo erano guidate dall'invidia o dalla gelosia nel vedermi sorpassato da qualcuno che consideravo mio pari. E ancor di più nel vedermi sorpassato non quantitativamente ma qualitativamente: non mi aveva battuto sul mio campo, ma aveva giocato su un altro campo, per me astratto e sicuramente superiore.

Così il giornale locale -- e poco per volta anche quello nazionale -- è divenuto sempre più concreto e parte del mio mondo. Non c'erano più misteri, nessun aspetto incompreso, potevo sentirmi molto in ritardo, ma con quella firma in fondo all'articolo si era conclusa la deificazione del giornale, era divenuto un oggetto pratico, e quello del giornalista -- per quanto ambitissimo e lontano -- solamente un lavoro.

Il liceo, poi l'università hanno molto cambiato il mio modo di leggere la cronaca locale e di rapportarmi con essa, ma ogni cambiamento è avvenuto gradualmente ed è stato frutto di un processo, più o meno consapevole.

Fino alla successiva svolta, il mio primo articolo pubblicato su il Corriere Eusebiano, uno dei notiziari di Vercelli.

Non il colloquio con il direttore, né la stesura e neanche il momento in cui ho aperto la pagina con il mio nome in fondo all'articolo. Mi ero sentito perfettamente a mio agio durante tutto lo svolgersi, fino al momento in cui ho mostrato, con reverenziale orgoglio, la pagina in questione a Nicolas, un amico, compagno all'università e prima di me giornalista di una testata locale.

Poche parole sotto l'androne di Palazzo Tartara, un commento secco e preciso: «È bello, solo forse c'è troppo stacco fra la prima e la seconda parte qui, comunque buono». Se i miei genitori avevano letto con orgoglio la prima del loro pargolo, Nicolas aveva criticato con precisione la forma.  E l'aveva fatto in modo scontato, alla pari, come se non fosse il mio primo articolo pubblicato.

Solo quella critica anche troppo generosa mi aveva fatto diventare un giornalista (più o meno). Ha strappato anche l'ultimo velo di mistero, di astratto dal giornale locale che comunque -- nonostante gli sforzi -- non riesco a considerare come mezzo di informazione, come il giornale nazionale che leggo ogni giorno, ma rimane soprattutto una parte del mio «mondo piccolo», anche se dalla idealizzazione infantile è passato oggi ad essere anche il mio lavoro.

16/05/06

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