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Carla

My memories connected with advertising

La mia esperienza con la pubblicità comincia  relativamente tardi. Appartengo alla generazione di coloro che sono nati negli anni '20, a cavallo della Grande Guerra. La mia infanzia è trascorsa in quegli anni di grande tumulto e trasformazione, anche se non ho molti ricordi della guerra. Facevo  parte di una famiglia piuttosto povera, i miei genitori sono sempre stati grandi lavoratori e io e le mie due sorelle abbiamo imparato fin da subito ad aiutare la famiglia e a rinunciare alle nostre  soddisfazioni personali per dare una mano in casa. La mia infanzia trascorse piuttosto serena;  ricordo in modo vivido e chiaro i pomeriggi d'estate in cui io e le mie sorelle uscivamo nel cortile della cascina a giocare a nascondino con gli altri bambini della frazione.

Non esistevano mezzi di comunicazione di massa quali la radio o la televisione, almeno fino agli anni '50. Non posso dire cosa significava la pubblicità per me e le mie sorelle, ma posso dire con certezza cosa significava la sua assenza.

Pensando ora al mio modo di vivere di quegli anni, provo un po' di nostalgia: la vita era semplice e bastava poco per essere felici. I bambini non conoscevano i giocattoli perché non esisteva alcun mezzo che ce li presentava come oggetti desiderabili da acquistare: per questo non si facevano richieste particolari ai genitori, e tutto quello che ci veniva regalato era per noi un oggetto da custodire con cura, da conservare gelosamente. Ecco, questo era la vita senza la pubblicità: la realtà di tutti i giorni, in cui gli unici desideri erano quelli di giocare nel cortile con una bambola di pezza che spesso ci eravamo costruite con le nostre mani.

Passava il tempo e io e le mie sorelle cominciammo a lavorare alla filatura del paese. Così trascorse anche la mia giovinezza, tra qualche festicciola  in cui si ballava e da cui non si tornava a casa  dopo le dieci di sera, e tra qualche uscita con due amiche e con le mie sorelle.

Fu negli anni '50, esattamente nel 1957, che ci fu la grande rivoluzione nell'ambito della pubblicità. Noi non avevamo ancora la televisione, perché era ancora un oggetto per pochi ricchi, ma cominciava a fare la sua apparizione nei bar e nelle osterie di paese.

E nel '57 nacque il  famoso Carosello. Il primo ricordo che ho di Carosello risale a quando avevo più o meno 29 anni, ad una serie di serate in cui si andava in bicicletta nell'unica osteria del paese a guardare quei dieci minuti  (dalle 20:50 alle 21:00) di stacchetti pubblicitari  con l'apparizione di personaggi che oggi sono diventati quasi leggendari, come Totò, Vittorio Gassman e Dario Fo. Per noi era  un avvenimento eccezionale riunirsi la sera a guardare quello schermo tutti insieme e a commentare quelle immagini, a ridere per le battute dei comici.  Nasceva  anche un'espressione di uso comune che verrà utilizzata da tutte le mamme, me compresa: "A letto dopo Carosello", che per i bambini simboleggiava la fine della giornata. Ma prima del momento della buonanotte c'erano quei fantastici e intoccabili dieci minuti di reclame (questo era il termine utilizzato allora per designare la pubblicità di allora).

Quello che penso è che la pubblicità di oggi, pur essendosi sviluppata nelle immagini e pur essendo molto più complessa, non riesca ad essere nemmeno lontanamente amata e celebrata dal pubblico come è stato Carosello. Mi ricordo con quanto esaltazione è stato accolto tutti si riunivano la sera per seguirlo, non c'erano differenze di età o sesso: tutti lo aspettavano con lo stesso entusiasmo.

Una pubblicità in particolare mi torna alla  mente: c'era un uomo appena uscito dal lavoro, sporco di polvere e terra, che si immergeva  in una vasca piena d'acqua, e che riemergeva completamente pulito. Alla fine di questa piccola scenetta, appariva un prodotto per l'igiene personale, una sorta di polvere bianca, molto simile a quelle usate per fare il bucato.

Un'altra forma in cui appariva la pubblicità era in giornali quali la "Domenica del Corriere" e la "Tribuna illustrata". Mi ricordo che quando io cominciai a lavorare alla Filatura di Grignasco, nella pausa pranzo c'erano delle donne fuori dall'edificio tutte intente a sfogliare le pagine di quei vecchi giornali, e io iniziai a esserne molto incuriosita.

Cosa c'era poi di così interessante nelle ultime pagine, visto che era proprio lì che loro si soffermavano? Ebbene, c'erano delle immagini con dei piccoli testi che le accompagnavano, e che presentavano svariati tipi di prodotti. La maggior parte delle volte si trattava di oggetti per la casa, quindi il pubblico a cui erano rivolte era principalmente quello femminile. La pubblicità che appariva sui giornali a quel tempo era molto semplice e immediata, per adeguarsi al basso livello di alfabetizzazione. Si usavano verbi all'imperativo, come "Usate", "chiedete al vostro farmacista".  La sua funzione era quindi quella di informare la popolazione, non di sedurla come fa la pubblicità di oggi.

Negli anni '70, quando mia figlia era adolescente, cominciarono una serie di tormentoni pubblicitari, conosciuti ancora oggi. MI ricordo particolarmente quello che riguardava le lamette da barba, che erano accompagnate dal famoso slogan "Gillette, il meglio di un uomo". Io rimasi colpita e, per fare una sorpresa a mio marito, corsi subito ad acquistare quella famosa marca di lamette.

Oggi il mio rapporto con la pubblicità è piuttosto di indifferenza, se non a volte di fastidio. Avendo visto nascere la pubblicità , e confrontando quella di allora con quella di oggi, trovo piuttosto invadente e fastidioso il modo in cui ci vengono proposti i prodotti. Preferivo mille volte quei sani, divertenti e attesi dieci minuti di pubblicità la sera, prima di andare a letto, che i mille annunci pubblicitari che compaiono oggi sui teleschermi, o in strada nei molti cartelloni affissi.

30/05/2006

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