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Lorenzo Ardizio

Odio telefonare

Non ricordo con esattezza la prima volta che ho avuto a che fare con il telefono. In casa mia è sempre stato usato con molta disinvoltura da tutta la famiglia. Io però non sono mai riuscito a considerarlo "scontato" anzi, l'ho sempre considerato negativamente, il mio rapporto non è sereno.  Forse in parte è solo una questione di timidezza, forse invece sono stati alcuni "scontri" che mi hanno influenzato e continuano - certo ormai minimamente - ad influenzarmi ancora oggi.

Il primo episodio che riesco a ricordare con precisione è stato alla morte del mio nonno materno. Avevo cinque o sei anni ed era una mattina di autunno, di novembre. I miei genitori erano già andati a lavorare e mio fratello andava a scuola molto prima di me. L'asilo invece apriva verso le 9.30 più o meno e io dovevo aspettare dai miei nonni paterni che la mamma di un mio coetaneo venisse a prendermi.  Sapevo che mio nonno era in ospedale e forse lo ero andato anche a trovare, ma non sapevo fosse gravemente malato; ricordavo già altri ricoveri ed ero portato a considerarli "normali".  Quella mattina invece il telefono - il vecchio telefono con la rotella - aveva iniziato a suonare mentre mi vestivo vicino alla stufa a legna nella cucina dei miei nonni.  Mio nonno era andato a rispondere, e questa è una cosa che mi aveva stupito già allora, di solito lasciava sempre rispondere gli altri. Non ricordo che cosa avesse detto, forse pochissime parole e sicuramente come suo solito a bassa voce. Ma ricordo molto bene la sua espressione, gli occhi lucidi che aveva quando si era girato verso mia nonna dicendo ancora più stranamente in italiano: "era la Rita l'Elio - poi girandosi verso di me - il nonno è morto". Tutto il resto della mattinata e giorni seguenti fanno parte poi di un ricordo sfocato. Quello che mi aveva impressionato era invece la capacità del telefono di cambiare, di sconvolgermi la vita in pochi secondi.

Il telefono iniziò quindi poco per volta a far parte della mia vita, abbastanza silenziosamente. Dopo qualche anno, non molti a dire il vero, ma a quell'età le cose cambiano in fretta, per me era diventato una cosa normale, anzi, una caratteristica degli adulti.  Il mio fratello maggiore aveva iniziato a usarlo normalmente e quindi io lo avevo associato al concetto di "crescere", di diventare grandi. Ma grandi quanto? La risposta era arrivata qualche mese più tardi quando i miei compagni di scuola - facevo seconda o terza elementare - parlando mi avevano fatto scoprire la loro abitudine di telefonarsi il pomeriggio. Vivevamo tutti in piccoli paesini e raramente abitavamo abbastanza vicino da poterci vedere dopo la scuola. Questa era stata anche una buona scusa per convincermi - più che convincere i miei genitori - ad usare per la prima volta il telefono autonomamente.  E il primo destinatario della telefonata non poteva che essere il mio migliore amico del momento Nicolò. Ma quante domande imbarazzanti avevo dovuto fare a mia mamma per capire come si faceva a telefonare a casa di qualcuno che non fosse mia nonna! Quindi, sicuro di aver imparato a chiedere "salve, casa?" quindi a presentarmi e a chiedere di parlare con Nicolò avevo composto il fatidico numero (850064, certe cose proprio non si dimenticano!) e avevo fatto la mia prima, indimenticabile telefonata della mia vita.

Ma dagli allori della prima chiamate ero dovuto ripiombare presto nella paura del telefono, più o meno a dodici anni. Mio fratello ne aveva quindi diciotto.  Ero a casa da solo e quindi avevo risposto al telefono, cercavano mio fratello ma lui non era a casa. Avevo già dovuto vincere la timidezza per parlare con una sconciata, anche se solo al telefono, e l'emozione, l'ansia di non sapere cosa dire mi avevano tradito: non avevo chiesto il nome! Certo non era stato un peccato mortale, ma la rabbia e l'arroganza con cui ero stato sgridato mi avevano davvero segnato. Felice ed orgoglioso di aver fatto "il segretario" avevo prontamente riferito all'interessato, sicuro del mio successo. Ma alla semplice domanda " e chi era?" era crollato tutto il mio castello di certezze, il seguito poi "ma come, non hai chiesto chi era?!" e cose di questo tipo mi avevano fatto sentire molto in colpa e soprattutto incapace di rispondere al telefono. Senza possibilità di appello.

Da quel giorno avrei fatto di tutto per non rispondere, dal passare ad altri il telefono che squillava a far finta di non sentire.  Ma come sempre ad ogni crisi si contrappone un momento di gloria, che comunque era arrivato un paio d'anni più tardi con la prima telefonata - colpo di scena - di una ragazza per me. I cellulari erano ancora da venire e fra ragazzini telefonarsi era sempre un problema, figurarsi quando di mezzo finivano le "ragazzine". La mia solita timidezza aveva fatto in modo di evitare - anche a coso di sonori due di picche - di telefonare a semisconosciute.  Ma una volta una semisconosciuta, Lisa, aveva capito l'antifona e aveva capito che non c'era altro modo di sentirmi che comporre il numero lei stessa. Solo che aveva scelto l'orario sbagliato e così la prima telefonata galante della mia vita sarebbe diventata molto teatrale e di dominio pubblico.  La mia casa infatti è in fondo ad un vialetto privato su cui si affacciano anche le case di miei cugini, attivi adepti dell'arte del pettegolezzo, peraltro molto efficiente nei piccoli paesi come il mio. Io invece andavo a scuola a Vercelli, viaggiando in pullman, pullman che arrivava in paese il pomeriggio alle due meno dieci.  E alle due meno dieci in casa mia era suonato il telefono: Lisa. Mia mamma aveva risposto e poi dalla finestra mi aveva chiamato mentre ancora ero per la strada: "Lorenzooooo telefono! e' una che si chiama Lisaaaaa!". Tutto il paese aveva sentito e tutto il paese - non esagero - ne aveva parlato per una settimana. Con questo io, un ex-bambino, ero diventato grande.

Poi sono arrivati i cellulari e anche queste tempranti esperienze hanno visto il tramonto. E il cellulare è diventato normale, un prolungamento della voce, della penna, e a volte delle intenzioni. Il tutto con un sensibile "appiattimento" dei rapporti con le persone. Penso. E anche il telefono con gli anni è diventato normale per me, scrivo su un giornale, è diventato anche il mio lavoro e l'aura di negatività di timore che lo circondava si è pian piano dissolta. Ma non del tutto, ed è bastato pochissimo per rispolverare tutte le ansie, le paure che erano solo nascoste dall'abitudine.  Non è passato neanche un anno. Stavo per andare a mangiare a pranzo dopo una mattinata al lavoro; per tutto il tempo avevo lasciato il cellulare in tasca senza nessuna suoneria. E prima di salire in macchina lo avevo controllato: c'era solo la scritta "1 chiamata senza risposta". Ho guardato automaticamente e non mi sono stupito di vedere che erano stati da casa a chiamarmi. Capitava spesso, potevano aver bisogno di una semplice commissione, ma mentre richiamavo mi sono accorto di essere agitato, di temere una brutta notizia. Il timore era giustificato, era morto mio nonno, quello che quindici anni prima, rispondendo al telefono, aveva sentito una frase simile a quella che ora stavo sentendo io. Ma era stata una coincidenza la brutta notizia proprio in QUELLA telefonata. Già componendo il numero mi ero infatti accorto di esser turbato. Non credo ai presentimenti, solo avevo capito e avevo avuto la conferma di come fossero fondate - in fondo - le mie ansie e le paure nei confronti del telefono.

30\05\06

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