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Giampiero Canneddu

La mia Passione È il Toro (I Love Toro)

Ciao, mi chiamo Giampiero ma mi chiamano Canna (serve il cognome? Non ne ho idea). Beh, sulla carta d’identità ho quasi 36 anni ma non ci faccio caso. Mi piace giocare, e non solo con la mia bimba di un anno e mezzo. Mi piace scrivere, che per me è quasi giocare, e per fortuna mi pagano per scrivere. Faccio il giornalista, mi occupo di sport, ma mi sono già occupato di qualsiasi cosa, cronaca nera compresa. Però preferisco lo sport. Sono tifoso, appassionato, mi piacciono le storie e le statistiche. E le partite. E le persone che le giocano. Anche se io gioco solo alla Play Station. Ah, sono sposato da dieci anni, ma non so se è in tema.

E poi è in tema il fatto che ho scritto una tesi di laurea (è vero, sono anche indegnamente laureato dopo tredici anni e mezzo di università) sui nativi americani e lo sport, e poi la tesi è diventata un libro semisconosciuto. Serve altro?

Avevo cinque anni e il Torino vinse il suo settimo (e per ora ultimo) scudetto. Delle partite si ascoltava solo il secondo tempo alla radio, a «Tutto il calcio minuto per minuto», la vecchia radio nera con il mangiacassette che stava sulla credenza in cucina. Non mi ricordo quale fu la partita decisiva. Ma ricordo che in strada ci fu parecchio rumore, per la festa. Vestirono perfino una mucca con un drappo granata, il colore della squadra, per farla passeggiare in centro, come se fosse un toro, il simbolo della squadra. Ero già tifoso, molto tifoso. Amavo la mia squadra ed odiavo i rivali, la Juventus. Non sapevo leggere ma sapevo la formazione a memoria. Ancora adesso, senza prendere fiato: CastelliniSantinSalvadoriPatriziosalaMozziniCaporaleClaudiosalaPecciGrazianiZaccarelliPulici. Qualche giorno dopo, mio padre mi comprò al mercato una bandiera del Torino, con il settimo scudetto in bella vista. Ero diventato un tifoso organizzato, a nemmeno sei anni.

Un anno dopo o poco più odiavo ancora di più la Juventus. Aveva appena vinto il campionato con un punto di vantaggio sul mio Torino. Era già ottobre e giocava la Nazionale. La Nazionale sì che giocava in televisione, e si poteva vedere la partita in diretta, e non aspettare e immaginare alla radio. Mio zio, che stava due piani più sopra, mi chiese di vedere la partita con lui e con un suo amico juventino, forse per aiutarlo a prenderlo in giro. Non c’era ancora la televisione a colori. Il tavolo del salotto era rotondo e di legno. E alto. Le sedie con il velluto sembravano alte ma quando ti sedevi, affondavi sul cuscino e io al tavolo quasi non ci arrivavo. Birra per loro, acqua per me. L’Italia segna: Bettega, uno della Juve. Io non esulto. Poi segna ancora. Ancora Bettega. Sono sempre più triste. Quando Bettega segna il suo quarto gol, mi alzo e scappo a casa mia, al piano di sotto, piangendo, perché non è giusto che segnino solo quelli della Juve. Arrivo sotto, mia madre mi consola e dice che sono matto, poi mi consolo da me perché la Finlandia ha segnato il suo gol a Dino Zoff, il portiere della Juve. Così impara.

A scuola si giocava a figurine. E io volevo solo quelle dei calciatori. Non mi interessavano i robot dei cartoni giapponesi. Ogni pomeriggio, mio padre tornava a casa alle quattro e un quarto con due cose per me un giornale sportivo e qualche pacchetto di figurine. Mi ricordo l’odore della colla. E la gioia di vedere il colore delle maglie nelle fotografie. Sul giornale, tutto in bianco e nero, non si vedevano. Mi ricordo che studiavo a memoria le formazioni e sgridavo l’album quando metteva titolare una riserva. E poi mi ricordo che avevo attaccato alla lavatrice gli stemmi del Barcellona e del Benfica. E sapevo le capitali e le città europee perché conoscevo le squadre di calcio. E sognavo di fare il telecronista come quello che raccontava la partita in tivù.

Telefono che squilla, io a casa a studiare per la maturità, che c’è ancora l’orale. Teso? No. Solo voglia di finire e fare festa. È Luca, detto Loca, il mio quasi vicino di banco. Mi racconta una storia che sembra uno scherzo, che La Stampa sta cercando giovani a cui piace scrivere. La Stampa, cioè il giornale più importante della regione, e io neanche sapevo che avevano un ufficio nella mia città. A lui non piace scrivere. A me sì. Lo hanno chiesto a lui, e lui manda me. Che faccio? Ci vado, anche se sembra uno scherzo. Fai l’esame e poi cominci, mi dice uno con i baffi rumoroso e simpatico, che non si ricorda come mi chiamo e mi battezza «giovane». Faccio l’esame, cado nel lago il giorno dopo quando esco a festeggiare, e poi mi presento dal capo. Ride della mia testa fasciata e mi assegna due servizi per il fine settimana: una corsa ciclistica e una gara di pesca. Non ho ancora cominciato e sono già un inviato. Nel posto sbagliato: in quella stessa domenica, nella mia città c’è il Papa.

Sulla busta superprotetta il mittente è in inglese. Non ho mai ricevuto una busta con il mittente in inglese, nemmeno da quando sono diventato un giornalista per davvero. Stavolta sì. Apro, impaziente, credendo che sia lui. E trovo un altro involucro celeste. Apro ancora: c’è un foglio plastificato con la mia fotografia. E una specie di ologramma con i cinque cerchi. Allora è vero: io, io in persona, sono uno dei mille milioni di giornalisti accreditati per le Olimpiadi invernali di Torino 2006. È una specie di sogno che si avvera, come aprire il pacchetto di figurine e trovare proprio quella che manca per finire l’album. Ci vado sul serio, a Torino. Assaporo la sensazione di superare i blocchi e i controlli, mi gusto il fatto che posso sedermi in una postazione tra un collega (collega, capito?) olandese e una coppia di affannatissime inviate giapponesi. Vivrei qui, dormirei qui. Fermerei il tempo e farei che fosse tutto l’anno Olimpiadi. Ma solo se mi invitano ancora.

23/05/06

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